Città del Messico, 17 aprile 2014
Il mondo della letteratura perde uno dei sui massimi esponendti. Gabriel García Márquez, il grande scrittore colombiano autore di Cent'anni di solitudine, romanzo chiave del realismo magico ibero-americano, si è spento all’età di 87 anni. Grazie a lui la letteratura latinoamericana trovò una propria identità, risolvendo in modo nuovo la dicotomia fra la cultura europea e il mondo e la tradizione locale.
Gabriel José de la Concordia García Márquez, scrittore e giornalista colombiano, è stato insignito, nel 1982, del Premio Nobel per la letteratura. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l’interesse per la letteratura latinoamericana. Il suo romanzo più famoso “Cent’anni di solitudine” è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. Un romanzo talmente lussureggiante, libertario, esotico, coinvolgente, da trasformare il luogo immaginario in cui si svolge la storia, Macondo, in simbolo e sinonimo di vita alternativa. Con lui la letteratura sudamericana ha trovato la reale coscienza della propria identità, saldando la tradizione culturale europea con il mondo e la tradizione locale in modo nuovo. Quel modo che sarà all’origine del boom dei narratori latinoamericani nel mondo negli anni ’60. E l’emblema non può che essere l’esemplare realtà della sua fantastica Macondo, creata dallo scrittore e in cui si svolgono quasi tutti i suoi racconti, riflettendo verità e storia della Colombia d’oggi (l’abbandono e solitudine un po’ di tutto il Sudamerica), dal cuore, dai riti, dal sentire così antico e magico. Per anni giornalista di professione, Garcia Marquez è però con l’invenzione artistica, come sempre accade, che riesce davvero a rappresentare il senso di una condizione, di una realtà, verso la quale non è mai venuto meno il suo impegno ideologico e civile.
Nato a Aracataca nel 1927, Marquez ha frequentato a Bogotà la facoltà di giurisprudenza, già scrivendo e pubblicando su riviste i primi racconti, prima di arrivare al giornalismo, chiamato a Cartaghena per lavorare a “El universal”. Nella capitale torna nel 1954 per collaborare a “El Espectador” e l’anno dopo si reca in Europa, mentre esce il suo primo romanzo, “Foglie morte”. Un viaggio importante e in cui nasce, tra l’altro il forte legame con l’Italia e il nostro cinema, amato da sempre con quello francese, in opposizione alle produzioni americane. A Roma frequenta il Centro Sperimentale, conosce Zavattini e molti altri personaggi, come testimoniano le sue corrispondenze, ma anche un racconto intitolato “La santa”. A Bogotà scriveva «Una favola, girata però in un ambiente insolito, mescolando il reale e il fantastico in modo geniale, al punto che spesso non è possibile sapere dove finisce l’uno e dove comincia l’altro», non parlando, come potrebbe sembrare, della propria letteratura, ma recensendo “Miracolo a Milano” di De Sica. Al suo ritorno, a cominciare dal 1961, escono i primi romanzi importanti, preparatori di “Cent’anni di solitudine”. La storia lunga un emblematico secolo della famiglia Buendia faticherà a trovare un editore e uscirà in Argentina nel 1967, dopo “Nessuno scrive al colonnello”, “Il funerale della Mama Grande” e “La mala ora”. In essi, come poi ne “L’autunno del patriarca” o il più apparentemente tradizionale “Cronaca di una morte annunciata”, appare evidente come la scrittura e la struttura del narrare di Marquez abbiano raggiunto una loro felice specificità, che si lega al contenuto stesso e alle sue fonti. Dietro restano tutte le grandi esperienze del romanzo americano e europeo del ’900, da Faulkner, che con la sua Yoknapatawpha è il padrino di Macondo (oltre che di tutta la nuova letteratura latino americana), al monologo joyciano. Ad essi si aggiunge la tradizione barocca dei colonizzatori spagnoli, ma fusa con la cultura indigena in un gioco continuo di dissoluzione e rigenerazione, in un senso di morte che si intreccia con la vita e va oltre in una dimensione magica che intride ogni momento quotidiano, rivelandone poi alla fine la verità al di là del tempo. La figura di Marquez non è però legata solo alla sua attività letteraria e la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane ma anche dai paesi del «socialismo reale», oltre che internazionalmente contro la pena di morte o per il disarmo. Amico di Fidel Castro, che ha definito «uno dei grandi idealisti del nostro tempo», ma cui ha sempre chiesto più democrazia, accanto a lui ha assistito all’Avana alla messa del Papa durante la storica visita pontificia del 1998. Anche per questo, tra tante polemiche, è sempre vissuto più all’estero che nel proprio paese. Certi suoi discorsi, davanti a alte assise internazionali, sono rimasti celebri, assieme alla precisazione che il suo nemico principale era l’imperialismo americano solo perché, da latino americano, è con esso che aveva diretta e quotidiana lotta. Proprio come il suo Arcadio Buendia a Macondo invasa da una grande “compagnia bananiera” statunitense. E allora “Gabo”, come lo hanno chiamato fan e amici, ha usato la letteratura quale mezzo per rompere la solitudine della sua gente.


