Le vite dei pittori naïf che vivono lungo il Po sono raccontate attraverso le loro stesse voci e raccolte in un libro da Alfredo Gianolio, incoraggiato dall’amico Cesare Zavattini. Sono storie di personaggi semplici e un po’ “strani”, completamente al di fuori del mondo dell’arte accademica, ma altrettanto completamente immersi nel paesaggio rarefatto del grande fiume.
Se è vero che i naïf dipingono senza saper dipingere è anche vero che possono scrivere senza saper scrivere. Cesare Zavattini
Alfredo Gianolio, incoraggiato dall’amico Cesare Zavattini, ha incominciato attorno al 1970 a registrare e trascrivere (cioè sbobinare) con amorevole cura i racconti autobiografici dei pittori naïf che vivono lungo il Po. Sono narrazioni orali di vite singolari, che compongono l’affresco di una popolazione secondaria e un po’ storta nata dal Po, forse ora in via di estinzione; una popolazione di pittori senza pretese che non appartengono alla storia dell’arte, ma semmai alla storia delle disgrazie umane. Ha detto una volta Gianolio che questi pittori del Po sono come i fiori cresciuti in serra, che, messi fuori, a contatto con la cultura, si affievoliscono e finiscono per sparire.

Bruno Rovesti, Veduta di Castelnuovo Monti (Collezione privata, Brescello).
E allora si trovano storie sorprendenti come quella del pittore Pietro Ghizzardi che, quasi senza saper scrivere, a settant’anni vinse, nel 1977, il Premio Viareggio Opera Prima, con il suo straordinario “Mi richordo anchora”, un testo che, grazie all’affermazione del movimento dei pittori naïf della bassa padana, alla riscoperta da parte della critica letteraria del filone della lingua selvaggia ed al clima culturale dell’epoca ha potuto rivelarsi. O storie disarmanti, come quella del pittore di Gualtieri Bruno Rovesti che nei suoi quadri si autodefiniva : “pittore contadino celebre europeo” (in un periodo in cui all’Europa non pensava nessuno) e chiedeva per i suoi dipinti prezzi sbalorditivi per impedirne l’acquisto e per un’autostima smisurata. Sì, perché queste persone “semplici” e fuori dai canoni, erano consapevoli della loro arte: i veri pittori naïve infatti hanno in comune questa caratteristica di sapere di essere pittori di valore. Recensione di Marco Belpoliti «Tuttolibri - La Stampa» dell’11 gennaio 2014.
Dalla valigia dell’avvocato spuntano le vite dei pittori naïve
Ci guardano da dentro una valigia, appena socchiusa. Hanno alzato il coperchio: una popolazione immensa. Bambini, donne, uomini; con occhiali, con cappello, con cravatta. Quanti saranno dentro il contenitore disegnato da Franco Matticchio? Difficile dirlo, perché appena finito di contare ce ne sono altri ancora. L'autore, Alfredo Gianolio, è un avvocato di Reggio Emilia, avvocato delle cause perse, nato a Suzzara, al di là del Po, in provincia di Mantova. Ha conosciuto Cesare Zavattini parecchi anni fa e collaborato con lui. Nel corso del tempo ha raccolto con il registratore le storie di vita dei pittori naïve, ma anche di altri che non lo sono. Quindi le ha trascritte. Il volume comprende 37 racconti, tutti straordinari, che compongono Vite sbobinate e altre vite. Leggendoli si ride, si piange, ci si commuove, ci s'intristisce, ci si rallegra, si pensa molto, si ripensa alla propria vita, e a quella degli altri. Ci s'immagina tutte queste vite di miseria (non tutte, ma molte), piene di magie, cose incomprensibili, fantasie e desideri. Sono introdotte da un breve ritratto di Gianolio, che racconta in poche righe le loro vicende: luogo di nascita o provenienza, lavoro, attività, se pittori o scultori, il mestiere che fanno per campare, figli, mogli, fallimenti e riuscite. Un intero universo passa sotto i nostri occhi. Siamo noi che osserviamo queste vite o, come nel disegno di Matticchio, sono invece loro a guardarci? Entrambe le cose. Ma non è solo ciò che raccontano ad affascinare. Sono le parole, il linguaggio che usano. Vengono in mente gli scrittori irregolari degli anni settanta, le storie di Gianni Gelati in “Narratori delle pianure”, un capolavoro letterario, e non solo. Come dice Zavattini nel testo conclusivo, che è un po' la guida del lavoro dell'avvocato di Reggio Emilia, questi pittori (artisti della vita) scrivono senza saper scrivere, così come hanno dipinto senza saper dipingere. Questo volume dovrebbe essere un libro di testo nelle classi superiori, anzi nei Licei, nel Classico in particolare, perché qui si capisce cosa è la letteratura, quella che si fa senza pensare di farla, la prosa della vita, la voce dei narratori orali, che sgorga spontanea. Sia lode ad Alfredo Gianolio trascrittore, custode di queste vite. La speranza è che non si chiuda mai la valigia di Matticchio, perché queste storie alimentano la linfa del racconto più di tanti romanzi industriali (rubo l'espressione da Celati e la faccio mia).


